Vanity Fair VF Networks

AD

News News

Mario Bellini, l'arte di progettare il futuro

Alla Triennale di Milano è di scena il lavoro di Mario Bellini. Una rassegna che rende omaggio a un maestro che continua a precorrere i tempi. Mario Gerosa

La Triennale di Milano dedica una grande mostra al lavoro di Mario Bellini, architetto e designer che continua a precorrere i tempi con le sue creazioni che hanno fatto storia. Nelle sale della Triennale sono esposti mobili e oggetti iconici, come gli imbottiti della collezione Le Bambole o le poltrone Cab, vengono proiettati video con le architetture realizzate in tutto il mondo, presenti anche sotto forma di modellini, e c'è una sezione dedicata ai lavori in cui Bellini, fin dagli anni '60, ha dato una forma alla tecnologia nascente, inventando un involucro per le calcolatrici elettroniche e per i primi computer. Parliamo della Programma 101, il primo personal computer al mondo, disegnato nel 1965 per Olivetti, del Quaderno, progenitore del laptop, e della Divisumma 18, in gomma gialla.

Curata da Deyan Sudjic, la mostra "Mario Bellini. Italian Beauty", in programma fino al 19 marzo, è l'occasione per ripercorrere le principali tappe della carriera di un grande innovatore, ma anche un modo per analizzare da vicino la pratica progettuale di un maestro, che si racconta in questa intervista.

Come si è evoluto l'Italian Style negli ultimi dieci anni?
E perché mai avrebbe dovuto evolversi? Adesso lo si definisce così, ma una volta ci si vergognava a chiamarlo Italian Style, e si parlava piuttosto di Italian Design. E di questo passo si finirà per definirlo Italian Chic…  Di certo con il trascorrere del tempo l’Italian Style ha sempre più un retrogusto vintage e non riesce più a rappresentare da solo un fenomeno divenuto invece globale e al contempo multi-locale. Un mappamondo di progetti.

Quali tendenze ha notato negli ultimi anni nel campo del design?
E’ un decennio straordinario che ha finalmente sepolto il concetto scolastico di “design”. Ormai ci sono molte migliaia di persone che non si definiscono né designer né architetti, ma più genericamente “creativi”. Le aziende si rivolgono a loro chiedendo ancora e ancora nuove idee e nuovi disegni, costantemente in cerca di novità e con l’intento di sorprendere. Non ci sono tendenze ma una miriade di talenti e di scuole sparse in tutto il mondo che sfidandosi e ibridandosi alimentano una galassia creativa in continua espansione.

E per quanto riguarda il mercato?
In tutta questa rivoluzione creativa c’è ancora un punto fermo: il Salone del Mobile di Milano. Per il quale le aziende investono energie e risorse per mettersi in vetrina davanti a un pubblico sempre più numeroso e multiculturale. Lo stesso vale, ovviamente, anche per i “creativi” che a loro volta sono pressati dalle aziende per produrre “qualcosa di nuovo”. E non c’è business on line che tenga a fnon raggiungere Milano in quei pochi giorni da tutti gli addetti ai lavori, oltre che dal grande pubblico
Al di là del Salone, negli ultimi dieci anni il mercato ha sempre più divaricato la forbice tra il lusso e l’economico smart, sacrificando le offerte “intermedie”. Ma questo tema aprirebbe un discorso molto lungo.

Come nascono i suoi progetti?
Disegno sempre e dovunque. Basta un foglio di carta e una matita che porto sempre in tasca con me. Ma il momento migliore resta il dormiveglia, quando disegno con l’immaginazione. Sia un oggetto di piccola scala, sia un’architettura o un complesso di edifici, senza nessuna preclusione di scala. Può sembrare strano ma l’ho sempre fatto trovandolo naturale come tanti architetti, non solo italiani, del Novecento.

Sono abbozzi o progetti già definiti?
E' chiaro che il primo schizzo è spesso solo uno spunto, a cui lavorare assieme ai tecnici o nei Centri ricerca superstiti delle aziende. Lo schizzo insomma è l’inizio di una esplorazione o anche di una reinvenzione che ha per fine la bellezza. E le modalità di una caccia al tesoro. Avete presente quegli architetti che girano con cartelle piene di rendering numerati da un’azienda all’altra. Ecco, quello non sono io.

Ci sono progetti nati in uno di quegli uffici tecnici?
Molti, ma uno in particolare ha prodotto un successo che tuttora mi travolge. Mi riferisco alla sedia Cab che è nata una mattina nel Centro ricerche Cesare Cassina, nella mitica Brianza. Eravamo a metà degli anni Settanta ed entrato nel laboratorio esordisco dicendo: “Oggi facciamo una sedia!”. Facile dirlo, ma in realtà difficile farlo. Progettare una sedia è un’impresa molto complessa, niente a che fare con il disegnare un grattacielo che è invece una faccenda complicata. E allora dopo la boutade” me la cavo con un’altra uscita: “Beh, partiamo dall'idea platonica della sedia”. E così è stato: su un foglio ho tracciato, come fanno i bambini, le quattro linee che ne sintetizzano la struttura... Alla fine l’ho vestita con del cuoio. E oplà.

Da quel disegno “platonico” è nato un grande classico del design, ancora attualissimo. A proposito, che peso ha l'innovazione?
Oggi vengo sempre più spesso riconosciuto come un “precursore”. Dalla Programma 101, il primo pc della storia prodotto per Olivetti, alla Divisumma 18, interamente in gomma, antenata del touch screen, dalla concept car Kar-a-Sutra, madre di tutte le automobili monovolume (MPV), al mangiadischi Pop, nonno dell’iPod, alle Bambole, un divano senza gambe, articolato come un unico grande cuscino. Mi è sempre piaciuto guardare avanti, senza timore di provocare. Vista la sedia realizzata con il paraurti della Citroen? La prima sedia in plastica comoda come fosse imbottita…

Oggi è ancora attuale il dibattito sulla funzione dei mobile?
Questi sono ragionamenti di stampo vetero-funzionalista. E' come se si disegnasse un tavolo chiedendosi quanto deve essere alto. Ormai parliamo di “personaggi” dell'arredamento - intesi come mobili e oggetti - che sono tra noi da secoli, e quindi sono noti, connotati e normati. La vera funzione, se vogliamo trovarne una, è che l'oggetto sia bello, che esprima il nostro tempo, la nostra sensibilità, che racconti quello che siamo e il mondo in cui viviamo. Questa cultura profonda dell'abitare è cento volte più nobile e raffinata del banale concetto della pura funzione.

Se dovesse mettere a confronto gli oggetti che ha disegnato negli ultimi anni con quelli ideati in altri periodi, che differenze di stile noterebbe?
Poche. Siamo quello che siamo. La scuola che facciamo e le esperienze che viviamo attrezzano le nostre capacità, le possono affinare, arricchire, ma fino a un certo punto. Il giovane Michelangelo non era peggio del vecchio. E anche Mozart se fosse potuto diventare vecchio… Credo nel talento innato.

Quali sono gli oggetti e i progetti cui è più legato, tra quelli ideati negli ultimi dieci anni?
I vassoi Dune e le ciotole Moon per Kartell, le cui superfici ricordano l'acqua che scorre; i tavoli Opera per Meritalia, che sembrano un saggio di ebanisteria, ma che sono fatti con tecniche di rappresentazione e di costruzione totalmente digitali e la Collezione che ne è nata; il tavolo in marmo di Carrara Tango realizzato per MGM di Mariano Comense e i chopstick colorati in policarbonato Stella per De Gustibus Collection di Memorabilia Design, due oggetti che sfidano la gravità in modo opposto…

E tra le architetture?
Quello che inaugurerò quest'anno e che si chiamerà Antiquarium. Un museo che aprirà a Roma, accanto al Colosseo, e che metterà in scena la storia e i preziosi reperti delle origini di Roma antica, fino ad ora non visibili al pubblico. E poi non posso dimenticare, tra i tanti, il dipartimento di Arti islamiche al Louvre, il “museo dei musei” dove convivono una tonnellata di tecnologia e una tonnellata di poesia; e poi la “Cometa” del nuovo Centro Congressi di Milano, gli Headquarters Natuzzi ad High Point nel North Carolina, e la sede centrale della Deutsche Bank a Francoforte...

Che cosa la appassiona di più in questi anni?
Continuare ad essere un architetto in un mondo sempre più problematico.

Invece, che cosa non le piace?
Vorrei abolire lo stucchevole birignao “… di design”. Mobile di design, scarpe di design, case di design. Ma che cosa vuol dire?

 

Mario Bellini. Italian Beauty

A cura di Deyan Sudjic

Con Ermanno Ranzani (architettura) e Marco Sanmicheli (design)

Triennale di Milano

via Alemagna 6

19 gennaio-19 marzo